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Bella Basilicata Film Festival - Quinta Edizione
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Come ormai accade da un po’ di tempo a questa parte, anche quest’anno si è tenuta,nel comune di Bella, la rassegna “Bella Basilicata Film Festival”, giunta ormai alla sua quinta edizione. Per otto giorni, il comune lucano ha calamitato l’attenzione di appassionati di cinema, semplici curiosi e anche dei media. Tema portante di questa edizione è stato quello della “questione meridionale”, che non riguarda semplicemente il meridione italiano, ma anche il cosiddetto “sud del mondo”, definizione che abbraccia tutte quelle regioni mondiali vittime della miseria e dell’ingiustizia sociale. Coerentemente con questa scelta, sono stati proiettati durante il festival film di origine iraniana o curda accanto a produzioni italiane che affrontano la cosiddetta “questione meridionale”. Come ha rivelato il direttore artistico Giacomo Martini, la scelta del tema è stata “politica ed ideologica”, con l’intenzione di mostrare al pubblico a quali conseguenze possono portare gli abusi di potere e le distruzioni causate dalle guerre. Uno degli organizzatori della kermesse, Vito Leone (che è anche assessore alla cultura del Comune di Bella), traccia un parallelo fra il cinema iraniano di oggi e quello italiano del dopoguerra quando parla di “neorealismo iraniano”. A suo parere, “l’Iran si trova ad affrontare la stessa situazione che l’Italia affrontò nel dopoguerra: c’è la voglia di comunicare il cambiamento sociale, di riconquistare quelle libertà che la guerra aveva spazzato via”. E in effetti, dai film proiettati durante il festival emerge proprio questo. Le pellicole iraniane e curde affrontano quasi sempre temi sociali di grande impatto, quali le difficoltà economiche che talvolta impediscono alla popolazione di trovare cure alle proprie malattie (tema, questo, del film “Il tempo dei cavalli ubriachi” di Bahman Ghobadi) e che possono sfociare anche in vere e proprie tragedie (è questo l’epilogo di “Oro Rosso” di Jafar Panahi). Accanto a film dal forte significato etico e sociale, comunque, convivono vere e proprie opere di poesia visiva quali “Il Silenzio” di Mohsen Makhmalbaf, il quale racconta la storia di un ragazzo cieco che, per guadagnarsi da vivere, lavora come accordatore da un liutaio ma arriva sempre in ritardo a lavoro perché non riesce ad evitare di seguire tutti i musicisti che incontra per strada, rapito dalla loro musica. Insomma, il nuovo cinema iraniano sembra aver molto da dire, e il paragone col neorealismo italiano non è del tutto azzardato. Tuttavia, questo cinema paga il fatto di non avere a propria disposizione grossi mezzi economici, il che ovviamente gli fa difetto ma non gli fa colpa. Il problema che invece potrebbe facilmente essere risolto è una certa lentezza di fondo che è purtroppo caratteristica comune nel cinema orientale. Film come “Il palloncino bianco” e “Oro Rosso”, entrambi di Jafar Panahi, nonostante le buone premesse si dilungano in scene che sembrano non avere alcun senso se non quello di prolungare la durata del film. La filmografia italiana, invece, ha coinvolto il pubblico più a fondo. Sono stati proiettati diversi classici del cinema nostrano accanto a film che si avviano ad esserlo, come “I Vicerè” e “Gomorra”. Il tema della malavita organizzata è stato rappresentato, oltre che da “Gomorra”, dal sottovalutato “Luna Rossa” di Antonio Capuano, una sorta di epopea epica che racconta ascesa e caduta di una famiglia della camorra come l’avrebbe raccontata Euripide. Omicidi, incesti, tradimenti si intrecciano nell’intricata trama tessuta da un Capuano si pretenzioso, ma efficace nel ricostruire il microcosmo della malavita organizzata, dove i sentimenti sembrano sparire per lasciare spazio alla logica della violenza e del profitto, una logica per uscire dalla quale sembra non esserci altro modo che impazzire. Interessante anche la riproposizione di un film dimenticato quale “Sud” di Salvatores, che viene (probabilmente a ragione) considerato il suo film meno riuscito ma che comunque merita di essere riscoperto. Racconta la vicenda di quattro disgraziati che, in un paese all’estremo sud della Campania, occupano un seggio parlamentare in modo molto poco violento per denunciare i brogli elettorali di un politico locale e, soprattutto, per convincere chi di dovere a trovargli un lavoro. E’ un film amaramente ironico che racconta senza false retoriche (e soprattutto senza velate ideologie politiche, una volta tanto) un disagio che attanaglia tutto il popolo italiano e che perdura ancora oggi (il film è del 1993). Un po’ meno interessante “Il Rabdomante” di Fabrizio Cattani, che racconta la storia di uno schizofrenico quarantenne con un dono singolare: riesce a trovare i pozzi d’acqua usando semplicemente le mani. La vita del protagonista viene sconvolta dall’arrivo alla sua fattoria di una giovane incinta che porterà nella sua vita sconvolgimenti positivi e negativi. Il film non è affatto male, ma poteva essere forse realizzato meglio. Magistrale e convincente l’interpretazione del protagonista Pascal Zullino, un po’ meno quella della giovane Andrea Osvart che risulta comunque brava (e che, credo, si è irrimediabilmente rovinata la carriera partecipando all’ultimo Sanremo). Molto convincente, infine, “I Vicerè” di Roberto Faenza, che vede, a mio parere, due interpretazioni importanti: quella di Lando Buzzanca che si scopre grande attore drammatico (in realtà non si scopre solo, lo è davvero) nei panni del padre del protagonista, convincente nella sua testarda superstizione che lo porterà lentamente alla rottura col figlio, e quella di Alessandro Preziosi che si è finalmente e definitivamente tolto di dosso gli scomodissimi e ingombranti panni di “fidanzato di Elisa di Rivombrosa” per poter essere considerato a pieno titolo (e non ho paura di esagerare, visto anche che di concorrenti importanti ce ne sono pochi) una delle migliori scoperte italiane dell’ultimo periodo. Nel complesso che “I Vicerè” si rivela un film solido e di ottima fattura, come da anni ci ha abituati a vederne Faenza, ma che allo stesso tempo non riesce ad eccellere in nessun campo.
Il bilancio della rassegna è, a detta di Martini e Leone, molto positivo. I due sono concordi nel ritenere che, nonostante “non siano stati proiettati film commerciali, i cosiddetti film “da cassetta”” l’affluenza di pubblico è stata buona, tenendo conto anche del periodo in cui si è svolta la kermesse. Questo potrebbe essere il segnale che qualcosa si sta muovendo. Bisogna vedere solo in che direzione lo fa.

 

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