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Il crollo di Wall Street ("Una pazzia speciale")
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Vale la pena di leggere, dopo l’articolo precedente, che descrive cause e contesto storico della grande crisi del ’29, anche questa cronaca “minuto per minuto” dei giorni del crollo. Ha un notevole fascino drammatico, e un mirabile ritmo incalzante. Il lettore deciderà se il commento di chiusura costituisce un auspicio o un presagio. Ancora una volta, occorrerebbe il commento di un economista di professione.

 

Il crollo di Wall Street di John Kenneth Galbraith – Università di Harvard (da 20° Secolo – Storia del Mondo Contemporaneo; Mondadori, 1974)

Alla data del 1° gennaio 1929, la tendenza rialzista della borsa, esasperata dalla politica di Coolidge, durava almeno da quattro anni. Secondo il “New York Times” la media dei prezzi di venticinque azioni industriali scelte tra le più rappresentative, che al principio del 1924 era sui 110, era arrivata a 135 al principio del 1925. Alla chiusura della borsa del 2 gennaio 1929 era salita a 338,35. A parte qualche leggera flessione, soprattutto al principio del 1926 e del 1928, la tendenza ascensionale era stata quasi ininterrotta. Erano pochissimi i mesi in cui le medie non rivelavano un aumento rispetto al mese precedente. C’era stato, insomma, un rialzo speculativo di proporzioni e durata senza precedenti.

In un mercato come quello del 1929 le ragioni possibili per cui la gente compra azioni sono tre. Una è quella tradizionale: partecipare agli utili di un’impresa. Certo, allora ci sarà stato qualche eccentrico mosso da questo intento, benché nel caso di certe azioni predilette dalla speculazione, come le Radio, che il 3 settembre 1929 arrivarono a quotare 505 $ dai 94½ dei diciotto mesi precedenti, il desiderio di un reddito immediato doveva avere pochissimo gioco. Quelle azioni infatti non avevano mai pagato dividendi.

Un secondo e molto più folto gruppo di persone compravano azioni perché avevano sentito che alla borsa ci si poteva arricchire, ed erano giustamente convinti di non avere meno diritto del prossimo di essere ricchi. Costoro erano gli ingenui, benché la loro disgrazia fosse quella di credersi – forse con l’aiuto di individui interessati – molto furbi. Parlavano delle prospettive della Steel, della GM, della United Corporation e della Blue Ridge come se queste società fossero nel novero dei loro più stretti amici e con la sicurezza incrollabile non di uno che sa, ma di chi ignora di non sapere.

Infine, le azioni venivano comprate da persone che sapevano che era in atto un rialzo speculativo, ma che compravano ugualmente azioni con l’intento di disfarsene – oppure, ad alto livello di professionismo, manovrare al ribasso – prima che venisse il crollo. Via via che ci si inoltrava nel 1929 furono costoro a diventare sempre più nervosi. La borsa stava facendo progressi fenomenali; non ci si poteva liberare delle azioni mentre era ancora possibile fare grossi guadagni. Ma appena si sentirono notizie preoccupanti ci fu un ribasso netto e su larga scala. Alcuni speculatori stavano effettivamente vendendo.

Siccome quello a cui si aspirava erano i guadagni dovuti a una plusvalenza sul capitale, rappresentato dalle azioni acquistate, queste venivano comprate, nella stragrande maggioranza dei casi, allo scoperto. Questo significava che qualcuno doveva pur dare, a titolo di prestito, quella parte del prezzo che l’acquirente non pagava. Siccome la garanzia del prestito erano le azioni stesse, se il loro valore calava i creditori chiedevano un aumento del deposito versato a garanzia dell’operazione: se non era possibile un versamento in contanti venivano richieste altre garanzie adeguate. Se il debitore non era in grado di pagare, era costretto a vendere le azioni. Le vendite forzate di questo tipo non potevano che accelerare grandemente ogni tendenza al ribasso del mercato.

Ma non ostante un certo nervosismo che si diffuse in febbraio, in giugno tornò la fiducia e i prezzi fecero la loro ultima, grossa impennata. Ogni giorno il mercato segnava nuovi rialzi. Le operazioni su deposito si espandevano enormemente e da tutto il paese – anzi, da tutto il mondo – il denaro affluiva a New York per finanziare le transazioni. Durante l’estate i prestiti degli agenti di borsa aumentarono al ritmo di 400 milioni di dollari al mese. In settembre ammontavano complessivamente all’imponente cifra di 7 miliardi di dollari.

Non tutti giocavano in borsa, come vorrebbe la leggenda – la grande maggioranza degli americani ignoravano non meno di oggi come si compra un’azione – ma successivi calcoli hanno fatto pensare che alla speculazione partecipasse circa un milione di persone. Durante quell’estate quasi tutti fecero soldi. Mai, prima o dopo di allora, tante persone diventarono tanto ricche e così di colpo.

Le prime scosse – sabato 19 ottobre

Sabato 19 ottobre, dispacci da Washington riferirono che il ministro del Commercio Lamont non riusciva a trovare nei fondi di governo 100000 dollari che ci volevano per pagare la manutenzione del Corsair, lo yacht che J. P. Morgan [uno dei maggiori banchieri dell’epoca – N.d.R.] aveva appena donato al governo. C’erano anche altre e più urgenti indicazioni di inedite ristrettezze. I giornali riferivano che c’era stato un mercato molto fiacco, il giorno prima: le transazioni erano state fortemente ridotte e l’indice azionario del “New York Times” era calato di circa sette punti. Intanto, la borsa, quel giorno si stava comportando molto male. In totale cambiarono mano 3.488.100 azioni. Alla chiusura della giornata l’indice del “New York Times” era calato di dodici punti.

La domenica, la notizia del brusco ribasso era sulle prime pagine dei giornali. Il “New York Times” portava questo titolo di testa: “Le azioni diminuiscono mentre l’ondata delle vendite ingorga il mercato”. Il redattore finanziario del “New York Times” che come il direttore del “Commercial and Financial Chronicle” era sempre stato fermamente convinto della follia della speculazione, espresse l’opinione che, almeno per il momento, “Wall Street avesse capito la realtà delle cose”. I giornali riportarono altri due giudizi che nelle due settimane successive sarebbero diventati familiari al gran pubblico. Si disse che, alla fine delle transazioni del sabato, si era avuto un numero eccezionalmente alto di richieste di integrazione dei depositi. Si predisse, per la settimana seguente, un “aiuto organizzato alla borsa”.

Il mercato vacilla – lunedì 21 ottobre

Lunedì 21 ottobre fu un’altra giornata di magra. Furono venduti ben 6.091.870 titoli, e centinaia di migliaia di persone che seguivano la borsa in tutto il paese fecero una scoperta preoccupante. Non c’era modo di capire che cosa stesse accadendo. Prima, ai bei giorni del rialzo, la telescrivente spesso era rimasta indietro e per sapere fino a che punto ci si era arricchiti bisognava aspettare un bel po’ dopo la chiusura del mercato. Ma con il ribasso in atto le cose erano molto diverse: ora si poteva essere rovinati completamente e per sempre, senza saperlo. E anche se non si era rovinati, c’era una forte tendenza a crederlo. Sin dall’apertura del 21 ottobre la telescrivente cominciò ad essere in svantaggio sulle operazioni: a mezzogiorno il ritardo assommava a un’ora. Solo un’ora e quaranta minuti dopo la chiusura registrò l’ultima transazione. Ogni dieci minuti venivano riportati sul tabellone i prezzi di azioni selezionate, ma l’ampia divergenza tra questi prezzi e quelli dati dalla telescrivente contribuiva ad accrescere il disagio e a convincere la gente che era meglio vendere.

Nonostante tutto ciò la borsa chiuse tenendosi nettamente al di sopra del minimo di quella giornata – la perdita netta segnalata dall’indice del “New York Times” fu di appena sei punti circa – e il martedì si ebbe un ulteriore ricupero, sia pure incerto. Forse una parte del merito va attribuita all’ottimismo dei veggenti di Wall Street. Il lunedì, a New York, il professor Fisher aveva detto che i ribassi erano dovuti semplicemente a una “scossa che aveva tolto di mezzo la frangia lunatica”. Poi aveva spiegato perché, secondo lui, i prezzi delle azioni durante il boom non erano mai stati all’altezza del loro valore reale: tra l’altro, il mercato non aveva ancora echeggiato gli effetti benefici del proibizionismo, che aveva reso “più produttivo e responsabile” il lavoratore americano [in realtà, durante il proibizionismo il consumo di alcolici fu notevolmente più alto che negli anni precedenti e in quelli successivi - N.d.R.].

Mercoledi 23 ottobre

Il mercoledì 23 ottobre le reazioni positive a questo ottimismo erano finite. Invece di ulteriori recuperi ci furono forti perdite. L’apertura fu abbastanza tranquilla, ma verso la metà della mattinata le azioni degli accessori per macchina erano vendute in forti quantitativi; poi il volume delle vendite cominciò ad aumentare per tutti i valori. L’ultima ora vide un movimento fenomenale: 2.600.000 azioni cambiarono mano a prezzi che diminuivano in fretta. L’indice del “New York Times” calò, per quel giorno, da 415 a 385 annullando tutti gli aumenti che si erano avuti dalla fine di giugno. Anche questa volta la telescrivente era molto in ritardo e ad accrescere l’incertezza una tormenta di neve nel Middle West interruppe in molti punti le comunicazioni. Quel pomeriggio e quella sera migliaia di speculatori decisero di vendere finché – così credevano, ma sbagliavano di grosso – i prezzi erano ancora buoni. Altre migliaia di speculatori si sentirono dire che non avevano altra scelta che vendere, a meno di dare ulteriori garanzie collaterali perché, ora che ci si avviava alla chiusura, le richieste di copertura arrivavano in quantità senza precedenti.

Perfino il professor Fisher, parlando a Washington, si dimostrò in qualche punto meno ottimista. Disse a una riunione di banchieri che “i valori dei titoli, almeno nella maggior parte dei casi, non erano gonfiati”. Ma non aveva cambiato opinione sull’efficacia del proibizionismo. E c’era un’altra nota di ottimismo. Da ogni parte si ripeteva che la mattina dopo la borsa avrebbe cominciato a ricevere un “aiuto organizzato”.

Giovedì 24 ottobre

Giovedì 24 ottobre è il primo dei giorni che la storia – se di storia si può parlare su quest’argomento – identifica col panico del 1929. Misurato in base al disordine, allo spavento, alla confusione, merita di essere considerato tale. Quel giorno cambiarono mano 12.894.650 azioni, quasi tutte a prezzi che mandavano in frantumi i sogni e le speranze dei possessori. Di tutti i misteri della borsa, il più impenetrabile è il motivo per cui ogni venditore trova sempre un compratore. Ma il 24 ottobre 1929 dimostrò che la norma misteriosa non è sempre rispettata Spesso i compratori mancavano e solo dopo forti ribassi si trovava qualcuno disposto a fare un’offerta.

Le ore terribili furono quelle della mattina. La borsa aprì in sordina e per un po’ i prezzi rimasero stabili. Ma il volume delle vendite era notevole e ben presto i prezzi cominciarono a calare. Ancora una volta la telescrivente non riuscì a tenere il passo del mercato: i prezzi declinavano sempre più in fretta e il ritardo aumentava. Alle undici quello che era stato un mercato era diventato una lotta selvaggia per vendere. Nelle sale delle contrattazioni di tutto il paese, zeppe di folla, la telescrivente parlò di uno spaventevole collasso. Ma la selezione di quotazioni riportate sul tabellone dimostrava anche che i valori correnti erano di gran lunga al di sotto della storia già antica raccontata dalla telescrivente. L’incertezza induceva sempre nuova gente a vendere. Per altri che non erano più in grado di rispondere alle richieste di copertura vendevano gli agenti. Alle 11:30 dominava il panico, panico puro e semplice.

Fuori, in Broad Street, si sentiva un sordo rombare. Si raccolse una folla e il commissario di polizia Grover Whalen mandò un distaccamento speciale a Wall Street per assicurare l’ordine pubblico. Apparve un operaio sul tetto di un grattacielo per certe riparazioni d’ordinaria amministrazione. La folla, convinta che fosse un aspirante suicida, aspettava sgomenta che si buttasse. Alle 12:30 la galleria del pubblico, in borsa, fu chiusa perché non si vedessero le scene selvagge che si stavano scatenando.

Ma nel pomeriggio le cose presero una piega migliore. Arrivò finalmente l’”aiuto organizzato” tanto atteso. I presidenti della National City Bank, della Chase, del Guaranty Trust e del Bankers Trust si incontrarono con Thomas W. Lamont, il socio anziano di Morgan, al numero 23 di Wall Street. Tutti si affrettarono a convenire che bisognava aiutare la borsa a mettere insieme, a questo scopo, fondi sostanziosi. Poi Lamont si incontrò con i reporter e disse: “C’è stata un po’ di agitazione nelle vendite in borsa”. Aggiunse che questo inconveniente passeggero dipendeva “dalla situazione tecnica più che da cause fondamentali” e aggiunse che la situazione era “suscettibile di miglioramento”.

Intervengono i banchieri

Intanto in borsa si era saputo della riunione e dell’arrivo dei soccorsi. Quei banchieri erano i più potenti finanzieri della nazione. I prezzi si stabilizzarono subito e poi ripresero a salire. Alle 13:30 Richard Whitney, notoriamente operatore di borsa di Morgan, arrivò tutto vispo al recinto in cui si trattavano le Steel e rilasciò un ordine per l’acquisto di 10000 azioni a un prezzo superiore di parecchi punti alle offerte correnti. Continuò il giro con la stessa generosità. Come per miracolo rinacque la fiducia e il mercato si risollevò di colpo. Nell’ultima ora l’afflusso degli ordini di vendita diminuì di circa 12 punti secondo l’indice azionario del “New York Times” – era di gran lunga inferiore a quella del giorno prima. Alcuni valori, tra cui le Steel, erano in effetti superiori.

Ma questa ripresa interessava solo alla lontana le decine di migliaia di persone che avevano venduto spontaneamente o perché non avevano potuto soddisfare la richiesta di copertura nella fase di ribasso, e che avevano visto svanire i loro sogni di ricchezza insieme con quasi tutti i loro beni. Erano le diciannove e otto minuti e mezzo, quella sera, quando la telescrivente finì di documentare del disgrazie della giornata. Nelle sale delle trattative gli speculatori che avevano visto vendere le loro azioni sin dalla mattina presto se ne stavano seduti in silenzio a seguire il nastro. L’abitudine di mesi e anni, per quanto ormai oziosa, non poteva essere abbandonata da un momento all’altro. Poi, registrate le ultime transazioni, uscirono nel buio della sera.

A Wall Street si accesero le luci di tutti gli uffici, mentre gli impiegati si davano da fare per mettersi alla pari con il lavoro della giornata. Messaggeri e fattorini, presi anch’essi dall’eccitazione e indifferenti alle perdite, si agitavano chiassosi per le strade finché non arrivò la polizia a farli tacere. I rappresentanti di trentacinque delle più importanti agenzie di cambio si riunirono negli uffici della Hornblower and Weeks e riferirono ai giornalisti, alla fine della seduta, che i mercato era “fondamentalmente sano”, e “tecnicamente in migliori condizioni di quanto non fosse da mesi”. La ditta che li ospitava rese pubblica una lettera in cui si dichiarava che “a cominciare dall’attività odierna il mercato dovrebbe avviarsi a gettare le basi di quella costruttiva avanzata che a nostro convincimento caratterizzerà il 1930”.

Un week-end calmo

Il venerdì e il sabato le transazioni continuarono a ritmo sostenuto, poco meno di sei milioni di titoli il venerdì e più di due milioni nella breve seduta del sabato. I prezzi, nel complesso, si mantennero stabili: le medie salirono leggermente al venerdì ma calarono un poco il sabato. Si pensava che i banchieri fossero in grado di liberarsi della maggior parte dei titoli acquistati nel tentativo di puntellare il mercato. Non solo le cose andavano meglio, ma era chiaro a tutti che il merito era degli esponenti delle banche. Avevano dato prova, nello stesso tempo, di coraggio e di potere, e il pubblico li applaudì calorosamente e generosamente. Commentando l’andamento della borsa quel venerdì il “New York Times” disse: “Sicura che le banche più potenti del paese erano pronte a impedire che si diffondesse di nuovo il panico, la cominità finanziaria ieri ha calmato la sua ansietà”.

Da altre fonti vennero dichiarazioni rassicuranti e perfino espressioni di soddisfazione. Secondo il colonnello Leonard Ayres di Cleveland nessun altro paese sarebbe potuto sopravvivere così bene a una crisi di quelle proporzioni. Eugene M. Stevens, presidente della Continental Illinois Bank, dichiarò: “Niente, nella situazione attuale degli affari, giustifica il nervosismo”; secondo Walter Teagle, nel settore dei petroli non c’era stato nessun “cambiamento fondamentale” che giustificasse i timori; Charles M. Schwab disse che gli acciai avevano fatto “progressi fondamentali” verso la stabilità e aggiunse che questa “situazione fondamentalmente sana” era responsabile della prosperità dell’industria; Samuel Vauclain, presidente della Baldwin Locomotive Works affermò che le “basi erano buone”; il presidente Hoover disse che “l’attività basilare del paese, e cioè la produzione e la distribuzione dei prodotti di prima necessità, riposa su fondamenta sane e prospere”. Un investment trust di Boston mise un annuncio a pagamento nel “Wall Street Journal”: “Tutti C-A-L-M-I! Occorre riflettere serenamente. Date retta ai più grandi banchieri d’America”. La sola nota discorde, pur suonando grave presagio, passò completamente inosservata. Parlando a Poughkeepsie, il governatore Franklin D. Roosevelt criticò la “febbre della speculazione”.

La domenica ci furono dei sermoni in cui si faceva capire che la repubblica era stata colpita da una certa misura di castigo divino e che quel castigo non era del tutto immeritato. Era però evidente che tutti o quasi erano convinti che questa celeste ammonizione fosse ormai cosa passata e che si potesse ricominciare tranquillamente a speculare. I giornali si occupavano a lungo delle prospettive di borsa della settimana dopo. Si diceva che le azioni erano di nuovo a buon mercato e che perciò ci sarebbe stata una gran corsa agli acquisti. Dalle agenzie di cambio uscivano favole probabilmente ispirate da altri, che raccontavano di incredibili quantità di ordini d’acquisto che si erano andati accumulando in attesa dell’apertura della borsa. In una campagna di stampa ben concertata, gli agenti di cambio spiegarono che era prudente comprare subito. Lunedì 28 ottobre cominciò il vero disastro.

L’insuccesso dell’”aiuto organizzato” - Lunedi 28 ottobre

Al lunedì, il movimento della borsa, pur essendo di volume notevole, fu inferiore a quello del giovedì precedente: 9.212.800 contro quasi tredici milioni. Ma il ribasso fu molto più vistoso. Per quel giorno il “New York Times” diede una media di meno quarantanove punti. Le General Electric erano in perdita di 47½, le Westinghouse di 34½, le Tel. & Tel. di 34. In effetti, il ribasso, quel giorno, superò quello di tutta la settimana di panico precedente. Ancora una volta il ritardo della telescrivente lasciò tutti all’oscuro di ciò che stava accadendo: ma era chiaro che non si trattava di niente di buono.

Alle tredici e dieci ci fu un breve respiro: Charles E. Mitchell fu visto recarsi da Morgan e la notizia magica si sparse. Le Steel si ripresero un po’ e passarono da 193½ a 198. Ma questa volta Richard Whitney non si fece vedere; l’”aiuto organizzato” non sarebbe venuto. Organizzato o no, l’aiuto non poteva più contenere la frenesia di vendere. Il mercato si indebolì ancora e nell’ultima ora tre milioni di azioni cambiarono mano a prezzi rapidamente declinanti.

I banchieri si riunirono ancora una volta da Morgan e rimasero in riunione dalle 16:30 alle 18:30. Si disse che il loro atteggiamento era “filosofico”, ed essi, a loro volta, dichiararono alla stampa che la situazione conservava alcuni aspetti “incoraggianti”. Ma ci fu un indizio ben più importante a far capire che cosa si fosse discusso in quelle due ore. Alla conclusione si spiegò che i banchieri non avevano intenzione di mantenere a un particolare livello i prezzi del mercato. Si sarebbero limitati a badare che le operazioni di borsa si svolgessero ordinatamente: che alle offerte d’azioni rispondesse un’offerta d’acquisto e che non si verificassero “vuoti d’aria”, come li battezzò Lamont. Come molti altri, che non erano della loro statura, Lamont e colleghi si erano trovati un po’ troppo impegnati. Era ora di andar piano con le promesse. Insomma, per l’uomo che aveva comperato azioni allo scoperto, il disastro aveva un solo volto, ed era il crollo dei prezzi. Avrebbe voluto essere salvato dal disastro. E invece doveva confortarlo il sapere che la rovina sarebbe venuta in maniere ordinata e decorosa.

Martedì 29 ottobre

Martedì 29 ottobre fu la giornata più catastrofica della storia della borsa di New York. Le vendite cominciarono immediatamente e in quantitativi enormi. I vuoti d’aria, che i banchieri avrebbero dovuto evitare, diventarono enormi. Ripetutamente e per molte azioni ci fu una pletora di ordini di vendita e nessun compratore. Ancora una volta, inutile dirlo, la telescriventi fu in ritardo: alla chiusura, un ritardo di due ore e mezzo. Ma ormai si era saputo che erano state trattate 16.410.030 azioni. Nonostante una ripresa in chiusura all’annuncio dei dividendi, le perdite erano state di nuovo spaventevoli. L’indice del “New York Times” segnava meno quarantatrè punti, una perdita che annullava tutti gli enormi progressi dei dodici mesi precedenti. Alla fine della giornata, la gente della borsa era sull’orlo del collasso per la tensione e la stanchezza. Gli impiegati, anch’essi sul punto di crollare, dovevano ancora sbrigare il grandissimo volume di transazioni. E poi non c’era più la certezza che le cose sarebbero andate meglio: forse, anzi, sarebbero andate peggio.

Il massacro dei ricchi

Durante la settimana precedente, c’era stato il massacro degli innocenti. Adesso erano i benestanti e i ricchi – gli uomini d’affari e i professionisti – a sperimentare l’egualitarismo che da un pezzo si supponeva essere il primo frutto dell’avidità. Le sale della borsa, sette giorni prima affollatissime, erano semivuote. Le nuove vittime avevano la possibilità di soffrire in privato. I banchieri si riunirono a mezzogiorno e di nuovo alla sera del 29, ma nessuno più disse che il loro atteggiamento era “filosofico”: anzi, il loro prestigio stava crollando in maniera ancor più sconcertante delle azioni. Durante la giornata era corsa voce, in borsa, che gli uomini dell’”aiuto organizzato” si stavano dando da fare per vendere; Lamont incontrò i giornalisti dopo la riunione della sera con l’arduo compito di smentire la notizia. Toccò al maggiore James J. Walker uscirsene con la sola proposta costruttiva della giornata. Parlando a un gruppo di distributori cinematografici, li esortò a “far vedere film che riportassero coraggio e speranza nel cuore della gente”.

Alla borsa si andava diffondendo la convinzione che la maniera migliore per restituire coraggio e speranza alla gente era chiudere il mercato e dare a tutti un po’ di respiro. Questa idea, così semplice e diretta, era ulteriormente corroborata dall’urgente bisogno di sonno che avevano tutti quanti. Il guaio era che il semplice annuncio della chiusura della borsa poteva aggravare il panico. A mezzogiorno del 29 ottobre si ebbe la crisi decisiva. A due, a tre per volta – per non attirare l’attenzione – i membri del comitato direttivo lasciarono il piano per partecipare a una riunione che non sarebbe avvenuta nella solita sala ma nell’ufficio della Stock Clearing Corporation, sotto la sala delle contrattazioni. Come raccontò poi lo sfortunato Richard Whitney, ben presto l’aria si riempì di fumo mentre gli agenti, stanchi e nervosi, accendevano una sigaretta dopo l’altra. Tutti volevano un po’ di respiro. C’erano ditte che avevano bisogno di qualche ora di tempo per fare i conti e accertare se erano ancora solvibili o no. Ma la prudenza consigliava di mantenere aperta la borsa fino a quando non fosse stato possibile chiuderla su una nota di robustezza e di ottimismo. Si decise perciò di tirare avanti finché le cose non fossero migliorate. Ancora una volta le luci restarono accese tutta la notte. In un’agenzia di cambio un impiegato svenne per la stanchezza: gli fecero riprendere i sensi e lo rimisero al lavoro.

Il giorno dopo entrarono in gioco quegli elementi imponderabili che portano la salvezza proprio quando sembra impossibile. Il volume delle contrattazioni era ancora enorme, ma i prezzi erano molto migliori: la media del ”New York Times” aumentò di trentun punti e alcuni singoli titoli fecero guadagni eccellenti. Forse furono le ricoperture a fare il miracolo: in ogni caso vennero in forti quantitativi. La sera del 29 Julius Klein parlò alla radio e ricordò al paese che il presidente Hoover aveva assicurato che “gli affari fondamentali del paese” erano sani e prosperi. E aggiunse: “La cosa principale che desidero far notare è la fondamentale sanità della gran massa delle attività economiche”. Il mercoledì, Wadill Catchings, presidente della Goldman-Sachs, annunciò, di ritorno da un viaggio negli stati occidentali, che la situazione generale degli affari era “senza discussioni fondamentalmente sana”. (Come si venne a sapere poi, non si poteva dire altrettanto della Goldman-Sachs). Ancor più importante, forse, da Pocantico Hills venne la prima dichiarazione pubblica di John D. Rockefeller nello spazio di qualche decina d’anni: “Convinti che le condizioni fondamentali del paese sono sane… mio figlio e io da qualche giorno stiamo comprando buone azioni ordinarie”.

Poco prima che arrivasse la dichiarazione di Rockefeller le cose parvero andare abbastanza bene in borsa per cui Richard Whitney si sentì abbastanza tranquillo e annunciò che la borsa non avrebbe aperto prima del mezzogiorno del giorno appresso (giovedì), e che il venerdì e il sabato sarebbe rimasta chiusa. L’annuncio fu accolto da un applauso. Ormai i nervi avevano chiaramente superato il punto di rottura. In La Salle Street a Chicago un ragazzino diede fuoco a qualche petardo. Si sparse come un fulmine la voce che alcuni gangster di cui erano stati forzatamente liquidati i conti deposito si erano messi a sparare per la strada e che erano arrivate squadre di poliziotti per indurli a sopportare le loro perdite come onesti cittadini. A New York fu ripescato il cadavere di un commissario di borsa che si era gettato nell’Hudson. Aveva in tasca 9 dollari e 40 centesimi e alcune richieste di copertura.

Una pazzia speciale

Il grande crollo ebbe il suo aspetto più rimarchevole negli alti e bassi che distruggevano ogni volta la speranza che il peggio fosse passato. Neppure il 30 il peggio era ancora venuto, anche se da quel momento in poi tutto si svolse più lentamente. Un giorno dopo l’altro, durante le due settimane seguenti, i prezzi continuarono a calare con monotona regolarità. Alla chiusura del 29 ottobre l’indice del “New York Times” era a 275. Nella ripresa dei due giorni seguenti guadagnò più di cinquanta punti, ma al 13 novembre si era riabbassato a 224 per una ulteriore perdita di cinquanta punti.

E si trattava ancora di livelli ottimi al confronto di quelli che sarebbero venuti dopo. L’8 luglio 1932 la media dei prezzi di chiusura dei titoli industriali del “New York Times” era 54, 46. Non era molto più del calo fatto il 28 ottobre in una sola giornata, e parecchi meno di un quarto dei valori di chiusura del 29 ottobre. Ma ormai la situazione economica non era più sana, sotto nessun punto di vista.

Gli economisti hanno sempre deprecato la tendenza ad attribuire troppa importanza al crollo in borsa del 1929: questo sarebbe solo l’aspetto più vistoso della crisi e le cause della depressione sarebbero ben più profonde. In effetti, anche questo ebbe conseguenze di grande portata. Comunque, il crollo in borsa fu importantissimo. Rivelò gli altri punti deboli dell’economia. I prestiti ai paesi d’oltremare, dai quali dipendeva la bilancia dei pagamenti, finirono. Le società finanziarie costruite sulla sabbia crollarono. Le azioni degli investment trusts persero quasi tutto il loro valore. Il crollo in borsa ridusse drasticamente il credito per gli investimenti e perciò anche il volume delle normali attività commerciali. Inoltre sottrasse ai consumi alcuni miliardi la cui spesa si basava sul fatto che chi ne disponeva aveva guadagnato in borsa; o se non vi si basava, era autorizzata o incoraggiata da questo elemento. Il crollo fu perciò un evento gravemente dannoso.

Si pone inevitabilmente un altro problema: può verificarsi di nuovo un ciclo di speculazione e di crisi analogo a quello dell’ottobre 1929? La risposta è semplice: senza dubbio! Sono state approvate alcune leggi che vietano alcune delle più clamorose operazioni che contribuirono alla grande speculazione rialzista degli anni venti. Nulla è stato fatto in previsione della pazzia che può impadronirsi della gente quando intravede la possibilità di arricchirsi. Ma se sopravviveremo abbastanza per assistere a tali cose, possiamo contare su alcune variazioni. Il momento di preoccuparsi arriverà quando le persone importanti cominceranno a spiegarci che nulla può succedere perché la situazione è… “fondamentalmente sana”.

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