Continuo la serie delle trascrizioni di brani di storia con l'articolo seguente, di John K. Galbraith.
L'importanza dell'argomento, legata agli avvenimenti di questi mesi, è evidente di per sè, ed è inutile spenderci parole. Basta dire che i meccanismi descritti sono di interesse notevole (...più per i profani, probabilmente), e alcune analogie con i tempi moderni sono forti. Il leggero tocco umoristico dell'autore rende la lettura estremamente gradevole.
Bisognerebbe avere la collaborazione di qualcuno ferrato in economia, per spiegare le differenze fra l'ieri e l'oggi...
"I giorni dell’euforia"di John Kenneth Galbraith – Università di Harvard (da 20° Secolo – Storia del Mondo Contemporaneo; Mondadori, 1974)
Gli anni venti, o per essere più precisi gli otto anni trascorsi tra la depressione del dopoguerra (1920-1921) e il crollo in borsa dell'ottobre 1929, furono anni di prosperità per gli Stati Uniti. La produzione complessiva aumentò di oltre il 50%. I decenni precedenti avevano portato l’automobile; adesso le auto si moltiplicarono e si moltiplicarono anche le strade dove si poteva filare tranquilli e con una certa sicurezza. Si costruì molto. Il centro delle città della fascia mediana del continente – Des Moines, Omaha, Minneapolis – risale a questi anni. E con tutta probabilità quelli che ancor oggi sono l’albergo più lussuoso, il grattacielo più alto, il grande magazzino veramente colossale furono costruiti proprio in quegli anni. Arrivò la radio, arrivarono in gin e il jazz.
Furono anni notevoli anche da un altro punto di vista, giacché col passar del tempo diventava sempre più evidente che la prosperità non poteva durare: essa portava in sé i germi della sua stessa distruzione. Il paese andava incontro a difficoltà gravissime. Ed è proprio qui l’interesse tutto particolare che offre quel periodo allo studioso della classe dirigente: infatti in quel periodo non si fece niente, si può dire, per arrestare le tendenze che portavano al disastro.
C’erano almeno quattro cose sbagliate da cima a fondo, e queste peggiorarono col passare degli anni. E per sapere quali fossero non occorre l’aiuto sempre brillante del senno di poi: tre, almeno, erano risapute e se ne discuteva ampiamente. L’analisi che segue cercherà di spiegare le “quattro cose sbagliate” in ordine crescente d’evidenza (ma non di importanza…).
Disparità nella distribuzione del reddito
In quegli anni di prosperità la distribuzione del reddito presentava notevoli disuguaglianze. Mentre la produzione per operaio aumentò costantemente, le paghe rimasero nel complesso le stesse, e così pure i prezzi. Di conseguenza, aumentarono rapidamente i profitti e il reddito dei ricchi e degli agiati. La tendenza fu favorita dai tenaci e felici sforzi del segretario al Tesoro, Andrew W. Mellon, per ridurre le tasse sul reddito, con particolare sollecitudine per i contribuenti più forti. Nel 1929 il 5 % della popolazione, che godeva dei redditi più alti, incassava forse un terzo di tutto i reddito individuale. Tra il 1919 e il 1929 i guadagni di quell’uno per cento che aveva i massimi redditi aumentarono di circa un settimo. Questo significava che l’economia dipendeva sempre di più e in misura sempre più determinante dai consumi di lusso dei ricchi e dalla loro disposizione a reinvestire quello che non volevano o non potevano spendere per sé.
Tutto ciò che turbava la fiducia dei ricchi nel loro futuro personale o nel futuro delle loro imprese si ripercuoteva negativamente sul totale delle spese e perciò sull’andamento dell’economia.
Questa però, era la magagna meno evidente. Certo gli agricoltori, che non partecipavano del progresso generale, si facevano sentire: e per due volte il Congresso approvò provvidenze di ampia portata alle quali però Coolidge pose il veto. Ma molto meno si facevano sentire altri gruppi. La disparità nella distribuzione del reddito era una vecchia storia negli Stati Uniti; le ingiustizie di quegli anni non parevano dunque eccezionali. Inoltre, il movimento sindacale era tutt’altro che forte. Al principio del decennio nell’industria dell’acciaio si lavorava ancora dodici ore al giorno e, in certi settori, per sette giorni alla settimana. (Ogni due settimane, quando c’era il cambio dei turni, un operaio lavorava ventiquattr’ore su ventiquattro.)
I lavoratori non avevano l’organizzazione o la forza necessarie per affrontare situazioni del genere; e anzi la giornata lavorativa di dodici ore fu abolita in seguito all’intervento personale del presidente Harding, che fece pressioni sugli industriali dell’acciaio, in particolare sul giudice Elbert H. Gary, capo della U.S. Steel Corporation. C’era motivo di credere chi il giudice Gary avesse pochissima conoscenza diretta delle condizioni in cui lavoravano i suoi operai, e questo suggerì a Benjamin Stolberg l’osservazione, ormai classica, che il giudice “non aveva mai visto un altoforno in vita sua”. Date tutte queste circostanze, il fatto che la distribuzione del reddito fosse sempre più squilibrata non poteva suscitare mote preoccupazioni. Anzi, sarebbe stato strano il contrario.
Prestiti all'estero non controllati
Ma le altre tre falle dell’economia non erano certo così subdole. Durante la prima guerra mondiale gli Stati Uniti avevano cessato d’essere i maggiori debitori del mondo per diventare i maggiori creditori. Le conseguenze del cambiamento sono state descritte tante volte che ormai sono divenute una sorta di cliché. Un paese debitore può esportare prodotti per un valore maggiore dei prodotti importati e con la differenza pagare interessi e capitale: ed è quanto faceva l’America prima della guerra. Ma un paese creditore deve importare più di quanto non esporti, se vuole che i suoi debitori abbiano il denaro necessario per pagare interessi e capitali. Altrimenti deve o condonare il debito o fare nuovi prestiti per farselo pagare.
Durante gli anni venti, l’equilibrio fu assicurato da nuovi prestiti all’estero. Se ne avvantaggiarono le società di investimento americane. E quando la scorta dei candidati-debitori onesti e competenti finì, si offrì il denaro ad altri che erano disonesti, incompetenti o fantasiosi, non esitando in qualche caso a ricorrere alla corruzione perché si decidessero. Nel 1927 Juan Leguia, figlio del dittatore del Perù, ebbe 450.000 dollari dalla National City Company e dalla J.& W. Seligman per aver favorito un loro prestito di 50 milioni di dollari al Perù. Gli americani ci rimisero e i peruviani non ci guadagnarono gran che. Altre repubbliche latino-americane ebbero prestiti altrettanto discutibili con espedienti non meno equivoci. E la stessa cosa si verificò, per motivi che adesso è difficile immaginare, con moltissime città tedesche. Ovviamente, quando gli investitori si rendevano conto della natura dei prestiti, o quando c’erano altri avvenimenti a scuotere la loro fiducia, i prestiti non si facevano più. Allora veniva a mancare il denaro per pagare i vecchi debiti. Essendo questa l’aritmetica della situazione, non potevano che aversi sensibili riduzioni delle esportazioni o inadempienza assoluta per i per i prestiti più importanti. Agricoltori e altri produttori che dipendevano dalle esportazioni ne avrebbero sofferto; così pure i possessori di titoli. Il potere d’acquisto degli uni e degli altri sarebbe stato ridotto. Erano tutte conseguenze predette apertamente già a quel tempo.
L'attività degli investment trusts
Il terzo punto debole dell’economia era il gioco d’azzardo rappresentato dalle grosse società per azioni. Questo gioco assumeva diverse forme, la più comune delle quali era l’organizzazione di società che avevano azioni in altre società, le quali a loro volta avevano azioni in altre società ancora. Nel caso delle ferrovie o dei servizi pubblici, lo scopo di questa piramide di holding era assicurarsi il controllo di un numero altissimo di imprese mediante un minimo investimento della società che era al vertice della piramide.
Alla fine degli anni venti, erano comunissime le strutture di holding a sei o otto livelli. Alcune – la piramide della Insull and Associated Gas & Electric e la piramide ferroviaria della Van Sweringens - erano di una mirabile complessità: al punto che è probabile che nessuno riuscisse a vederci chiaro fino in fondo.
In altri casi si organizzarono società detentrici di azioni in altre società al solo scopo di inventare titoli da vendere. Questi succedeva per i grandi investment trusts. Il grosso pubblico, attratto dalla presunta esperienza di chi li dirigeva, ne comprava le azioni; e i trust potevano investire il denaro così ricavato in imprese effettivamente operanti. Il numero delle azioni che una società poteva vendere era limitato soltanto dal numero delle imprese di nuova creazione. Nel corso del 1929 una ditta di investimenti, la Goldman, Sachs & Company, organizzò la vendita di azioni per quasi un miliardo di dollari in tre investment trusts collegati: la Goldman Sachs Trading Corporation, la Shenandoah Corporation e la Blue Ridge Corporation. Tutt’e tre alla fine crollarono, riducendosi praticamente a zero.
Anche questa follia era visibilissima. E così il pericolo che ne derivava. Le piramidi sarebbero durate soltanto finché le società che ne costituivano la base fossero state sicure: se fosse successo qualcosa ai loro dividendi, allora sarebbero cominciati i guai e tutta la struttura sarebbe crollata. Il crollo avrebbe avuto effetti perniciosi non solo sull’ordinata prosecuzione degli investimenti da parte delle società produttrici, ma anche sulla fiducia, gli investimenti e le spese di tutta la comunità in generale. Le probabilità di un disastro di ampie proporzioni aumentarono anche perché in certe città – Cleveland, Detroit e Chicago costituirono degli esempi particolarmente notevoli – le banche si erano profondamente impegnare in quelle strutture piramidali o erano addirittura cadute sotto il loro controllo.
Il Boom.
Infine, elemento più evidente di tutti, c’era il boom della borsa. Mese per mese e anno per anno i rialzisti avevano fatto affari d’oro. Ogni tanto si verificava qualche ribasso, ma molto più frequenti erano i rialzi spettacolari. L’estate del 1929 fu la più frenetica della storia finanziaria dell’America. Quando finì, i titoli quotati avevano un valore quasi quadruplo rispetto a quattro anni prima. Alla borsa di New York venivano trattati cinque milioni di azioni al giorno e anche più. Pochissimi, si sarebbe detto, tenevano le azioni per il loro reddito. Quello che contava era l’aumento di valore dei titoli acquistati.
Il boom era per sua natura destinato al disastro. Poteva durare solo finché nuovi clienti, o per lo meno nuovo denaro affluivano alla borsa per assicurarsi guadagni sul capitale. Era la nuova domanda che provocava il rialzo delle quotazioni: da qui nascevano i guadagni sul capitale. Quando la scorta di clienti nuovi cominciò a diminuire, il rialzo finì; finiti i rialzi alcuni, e forse molti, cominciarono a vendere. Se uno mira in tal modo all’aumento di valore del capitale deve realizzare le sue azioni finché il loro valore è alto. Ma quando si cominciano a realizzare i propri investimenti comincia anche il ribasso, e questo è il segnale di ulteriori vendite. Perciò non v’era dubbio che un giorno sarebbero cominciati i ribassi e che sarebbero stati vertiginosi come i rialzi. E il ribasso ci fu, un crollo che ebbe lo schianto minaccioso di un tuono, nell’ottobre 1929. In una serie di giorni terribili, tra i quali particolarmente spaventevoli furono il martedì 24 ottobre e il giovedì 29 ottobre, andarono perduti miliardi e miliardi, e milioni di speculatori – ma erano stati chiamati investitori – furono rovinati irremissibilmente.
Anche questo pericolo era stato non solo prevedibile, ma addirittura previsto. Per mesi la frenesia speculativa aveva dominato la vita americana. Ma molte altre volte c’era già stata un’analoga frenesia: il cosiddetto South Sea Bubble (la “chimera dei mari del sud”), i ricorrenti boom immobiliari del secolo precedente, il grande boom della Florida, avvenuto poco prima in quello stesso decennio. E la fine era puntualmente venuta, e non con un gemito, ma col fragore di uno schianto. Molti, compreso il presidente degli Stati Uniti nel 1929, sapevano che anche questa volta sarebbe stato così. Eppure la bilancia commerciale sempre più in pericolo, la pirateria delle società finanziarie e il rialzismo di Wall Street – insieme con le altre tendenze meno visibili della distribuzione del reddito – poterono avviarsi tranquillamente verso il disastro senza incontrare alcun serio ostacolo.
Quanta parte della colpa va attribuita agli uomini che tennero la presidenza?
Harding e Hoover
Warren G. Harding morì il 2 agosto 1923. E questo, come solo la morte può fare, lo assolve. I disordini che finirono col portare a un tale disastro erano appena cominciati quando un embolo uccise Harding, ormai immalinconito e profondamente deluso. Alcuni direbbero che lasciò una pessima eredità. Harding ebbe solo una vaga idea dei processi economici ai quali presiedette. Morì dovendo al suo agente di cambio 180000 dollari: aveva fatto disastrose speculazioni da presidente, e uno che aveva di queste tendenze non era la persona più adatta a frenare la manovra rialzista. Due funzionari dell’amministrazione Harding furono processati per corruzione, e uno finì in prigione. Harding nominò responsabile della politica monetaria il concittadino Daniel R. Crissinger, qualificato a un tale compito, come disse Samuel Hopkins Adams, solo dal fatto di aver rubato da bambino meloni con Harding. Avuta ampia occasione di dar prova di incompetenza in quella sua prima carica, Crissinger fu messo a capo dl Federal Reserve System. Come tale aveva soprattutto la responsabilità di agire in occasione del rialzo della borsa. Jack Dempsey [campione di pugilato, N.d.R.] o F. Scott Fitzgerald [romanziere, N.d.R.] sarebbero stati qualificati alla carica almeno quanto lui.
In ogni modo, Harding morì prima che cominciassero i veri guai. E se lasciò in carica gente veramente dappoco, ne lasciò anche altri molto competenti. Charles Evans Hughes, il segretario di stato, Herbert Hoover, il segretario al commercio, e Henry C. Fallace, il segretario all’Agricoltura, erano persone energiche e capaci.
Il problema della responsabilità di Herbert Hoover è più complicato. Egli diventò presidente il 4 marzo 1929. A prima vista si potrebbe pensare che era troppo tardi per agire utilmente. Ormai il danno era stato fatto; il disastro poteva essere affrettato o ritardato di poco, ma ormai era inevitabile. Eppure Hoover ebbe responsabilità ben più profonde, certamente molto più di Harding.
Anzitutto Hoover non era un novellino, a Washington. Aveva ricoperto la carica di segretario al Commercio sotto Harding e Coolidge. Era anche stato la figura più forte (senza escludere del tutto il presidente) di entrambe le amministrazioni e del partito per quasi otto anni. Si rendeva perfettamente conto della situazione. Già nel 1922, in una lettera a Hughes, esprimeva gravi preoccupazioni per la qualità dei prestiti a paesi esteri varati a New York. E ritornò spesso sull’argomento. Conosceva gli eccessi delle società finanziarie. Alla fine degli anni venti scrisse ai colleghi e ad altri funzionari (compreso Crissinger) manifestando gravi preoccupazioni per la follia che imperversava a Wall Street Ma si accontentò di esprimere la propria opinione, di scrivere lettere e memorandum, o tutt’al più, come per i prestiti all’estero, di tenere un discorso ogni tanto. Sarebbe stato meglio, invece, se avesse prospettato le sui idee sulla borsa al Congresso e all’opinione pubblica, e con maggior vigore. In questo caso, avrebbe anche potuto far muovere con più energia e tenacia l’amministrazione. Ma non fece né l’una né l’altra cosa. Le sue idee sulla borsa erano così poco note che Wall Street celebrò la sua elezione a presidente e la sua assunzione della carica con un gran rialzo. Hoover era sulla barca e, come dice lui stesso, sapeva dove era diretta. Ma dopo aver avvertito il timoniere, puntò diritto sugli scogli.
E anche se, nel marzo 1929, il disastro fosse stato inevitabile, un capo veramente impegnato avrebbe ugualmente cercato di fare qualcosa. Niente era più importante. Sarebbe stato lecito attendersi che le risorse dell’esecutivo venissero mobilitate nella ricerca di una formula intesa a calmare la frenesia del momento e a mitigare l’urto imminente. Si sarebbe dovuto chiedere l’aiuto dei banchieri, dei principali esponenti del Congresso e della autorità preposte alla borsa. Ma non si fece niente di tutto ciò. Come segretario al Commercio, spiegò in seguito Hoover, egli si era sentito frustrato da Mellon. Ma poi tenne Mellon al Tesoro. Henry M. Robinson, un banchiere di Los Angeles alquanto influenzabile, fu mandato a New York per vedere i colleghi di quella città e poi riferire. Al ritorno spiegò che per i banchieri di New York non c’era niente da temere.
Richard Whitney, vicepresidente della borsa, fu convocato alla Casa Bianca e interrogato sulla maniera migliore del frenare la speculazione. Ma non si ricavò niente neppure da questa iniziativa. Anche per Whitney andava tutto bene.
Tanto Hoover quanto i suoi biografi ufficiali tennero a sottolineare che la responsabilità principale degli avvenimenti newyorkesi spettava non a Washington, ma al governatore dello stato di New York. Il governatore dello stato di New York era Franklin D. Roosevelt. Fu lui, dunque, a non fare il suo dovere. Questa spiegazione è troppo superficiale. Era in gioco il futuro di tutto il Paese; Hoover era il presidente di tutto il paese, Se non disponeva di autorità pari alle sue responsabilità, poteva chiederla. più tardi Roosevelt non avrebbe esitato a farlo.
Infine, se nel marzo del 1929 il crollo della borsa era inevitabile, era ancora possibile fare qualcosa per gli altri malanni che si andavano accumulando. Ne è un chiaro esempio il problema della bilancia ddi pagamenti. Nel 1931 Hoover chiese una moratoria di un anno per i debiti di guerra interalleati. Fu un passo coraggioso e costruttivo, che prendeva di petto il problema. Ma l’anno prima Hoover, sia pure non senza riluttanza, aveva firmato le tariffe Hawley-Smoot che aumentavano i dazi sulle importazioni, già alti, in maniera proibitiva. “Approverò la legge sulle tariffe… La legge è il risultato degli impegni presi dal partito repubblicano a Kansas City… Le promesse programmatiche non devono esserre gesti senza contenuto.”
Centinaia di persone – da Albert H. Wiggin, presidente della Chase National Bank, e Oswald Garrison Villard, direttore della “Nation” – erano convinte che non si poteva prendere misura più atta a peggiorare le cose. Sarebbe stato ancor più difficile per gli altri paesi ottenere quei dollari di cui avevano un bisogno così disperato. Ma Hoover firmò il decreto.
Coolidge l’inerte
Tutti coloro che conoscono questa particolare tempra di uomini sanno che un volto austero, impassibile, imperscrutabile come quello di Calvin Coolidge può essere la maschera che nasconde un’intelligenza serena e acuta. Sanno però anche che può nascondere un cervello di singolare aridità. Data l’imperscrutabilità, certo, è difficile scegliere. Ma nel caso di Coolidge tutto depone per la seconda ipotesi.
In un certo senso egli si rendeva conto di quello che stava succedendo. Non poteva non essere consapevole di quella che veniva chiamata la borsa Coolidge. Ma non stabiliva un nesso tra quegli avvenimenti, il benessere del paese e le sue personali responsabilità. Nelle sue memorie, Hoover fece di tutto per dimostrare che si teneva al corrente degli avvenimenti e ne prevedeva chiaramente le conseguenze. Nell’Autobiografia, un documento particolarmente arido, Coolidge non fa alcun riferimento ai guai che si andavano preparando. Si limita a enunciare verità lapalissiane come questa: ”Ogni giorno della vita di un presidente è pieno di attività” (cosa che nel suo caso non era neppure vera); o questa: “Il Congresso fa le leggi, ma il presidente le fa applicare”.
In vari momenti, durante la sua presidenza, varie persone si recarono da lui per avvertirlo del disastro imminente. Nel 1927, per suggerimento di un ex assistente della Casa Bianca, Coolidge mandò a chiamare William Z. Ripley di Harvard, che aveva denunciato senza mezzi termini le macchinazioni delle società finanziarie del tempo. Trovò così interessanti le sue parole che lo trattenne a colazione e lo ascoltò attentamente mentre illustrava (come riferì in seguito Ripley) “i giochi di prestigio, i sotterfugi, i falsi allettamenti, i raggiri e i trucchi” che caratterizzavano l’attività di Wall Street. Ma Ripley commise l’errore di dire a Coolidge che la responsabilità di regolare la materia gravava sugli stati (com’era effettivamente allora): Coolidge si illuminò in viso e allontanò il problema dalla sua mente. Altri che lo ammonirono del disastro imminente ottennero anche meno.
In qualche caso, poi, Coolidge contribuì a mettere legna sul fuoco. Se la borsa vacillava, un’opportuna dichiarazione della Casa Bianca – o magari del segretario al Tesoro Mellon – la rinvigoriva. William Allen White, che non era certo un osservatore ostile, notò che dopo uno di questi giudizi dell’amministrazione la borsa segnò un aumento di 26 punti. Arrivò a dire che un’attenta ricerca “in quegli anni sereni… rivela questo fatto: Ogni volta che la borsa dava segni di debolezza, il presidente, il segretario al Tesoro o qualche importante personaggio dell’amministrazione… facevano una pubblica dichiarazione. E invariabilmente vi si affermava che la situazione economica era ‘sostanzialmente sana’, che la prosperità era stabile, e che la crisi in corso era ‘stagionale’”.
Questa era la funzione di Coolidge, che si compiaceva di dire che “se uno vede arrivare dieci guai, in fondo alla strada, può essere certo che nove si perderanno nei rigagnoli delle fogne e che bisognerà affrontarne solo uno”. Un suo critico osservò che “il difetto del ragionamento era che all’arrivo del decimo guaio, Coolidge risultò del tutto impreparato… L’esempio più clamoroso fu la manovra rialzista e l’orgia di folli speculazioni che cominciarono nel 1927”. Chi diceva queste parole era Herbert Hoover.
È evidente che in quegli anni la leadership del paese venne meno al suo dovere. Avvenimenti la cui tragica conclusione era prevedibile – e anzi prevista – procedettero indisturbati verso il disastro finale. A pagare furono il paese e il mondo. Per un po’ di tempo, è vero, fu in gioco la reputazione stessa del capitalismo, che negli anni seguenti sopravvisse più che per la sua forza intrinseca o per la stima in cui era tenuto, per la mancanza di un’alternativa plausibile e organizzata. E tuttavia una questione importante rimante aperta. Un presidente, sia pure autorevole, avrebbe potuto arrestare la caduta? Non erano troppo potenti le forze che la determinavano?
Nessuno può dirlo con sicurezza. Ma la risposta dipende almeno in parte dal contesto politico in cui si inquadrava la presidenza. Quelle di Coolidge e Hoover erano tali da non consentire una leadership decisa. Erano amministrazioni conservatrici nelle quali, per di più, era forte l’influenza del mondo degli affari, un mondo guidato da una fede del tutto intuitiva nel laissez-faire, dalla convinzione, cioè, che le cose, a lasciarle andare per il loro verso, vanno bene. Chi si proponeva di intervenire era un intrigante. O magari era un pianificatore. In ogni caso bisognava diffidarne. E, dal punto di vista dell’uomo di affari, non bisogna dimenticare che l’alto ufficio del governo spesso alimenta un senso spurio di urgenza. Importantissima tra le funzioni pubbliche è la soppressione delle proposte di interventi non necessari. Ma bisogna saperli distinguere dagli interventi necessari per la sopravvivenza economica.
Un personaggio aspramente criticato dell’era Harding-Coolidge-Hoover fu il segretario al Tesoro Andrew W. Mellon. Egli si oppose a ogni iniziativa intesa a frenare il rialzo della borsa, anche se nel 1929 si lasciò convincere a dire che i titoli di stato (differenti dalle azioni) erano un buon investimento. E quando venne la depressione fu contrario a qualsiasi intervento. Perfino Hoover fu impressionato dal suo insistere che l’unico rimedio era (come precisò lo stesso Hoover) “liquidare il lavoro, liquidare le azioni, liquidare gli agricoltori, liquidare le proprietà immobiliari”. Eppure Mellon rifletteva solo, sia pure in forma estrema, la convinzione che le cose si sarebbero rimesse a posto da sole, che i veri nemici erano coloro che interferivano.
Non solo i governanti, ma anche il mondo degli affari e l’alta finanza, o almeno i loro portavoce, si opponevano negli anni venti a ogni intervento pubblico. I passi, pur incerti e inefficaci, fatti dal Federal Reserve System subirono aspre critiche. Nella primavera del 1929, quando il F.R.S. sembrava sul punto di intraprendere un’azione più decisa, ci fu un aumento del costo del denaro e un brusco ribasso alla borsa. Di sua iniziativa, Charles E. Mitchell, presidente della National City Bank, fece affluire nuovi fondi. Aveva l’obbligo, disse, un obbligo “più importante di ogni ammonimento della Federal Reserve e di ogni altra cosa”, di scongiurare una crisi nel mercato monetario. Insomma era ben deciso, quale che fosse il pensiero del governo in proposito, a sostenere la tendenza rialzista. In quella stessa primavera, Paul M. Warburg, un esponente noto e rispettato di Wall Street, additò i pericoli del rialzo ed esortò ad agire per frenarlo. Fu sommerso dalle critiche e dagli insulti. C’erano uomini di affari e banchieri – come Mitchell e Albert Wiggin della Chase National Bank – che forse avvertivano vagamente che la fine del boom avrebbe significato anche la loro rovina. Ma molti di più erano convinti che il sogno sarebbe durato. Né è necessario complicare troppo le cose. Molti, semplicemente, guadagnavano e avevano una visione miope – o non ne avevano affatto – della sopravvivenza loro e della sopravvivenza del sistema di cui erano parte. Volevano solo essere lasciati in pace per fare un altro po’ di dollari. L’opposizione all’intervento del governo, d’altra parte, trovava appoggi sia in campo repubblicano che democratico. Nel 1929, uno dei più importanti operatori di Wall Street era John J. Raskob. Raskob era anche presidente del comitato nazionale del partito democratico. Così, ben lungi dall’invocare misure preventive, nel 1929 egli si affannava a spiegare che tutti potevano diventare milionari con le speculazioni di borsa.
Neppure la stampa poteva essere entusiasta di una legislazione, mettiamo, intesa a controllare holding e investment trusts o a dare agli organi federali la possibilità di regolare le transazioni a credito, attraverso i conti depositi. Le pagine finanziarie di molti giornali navigavano infatti sull’onda del rialzo. E perfino dal pubblico degli speculatori, che continuavano a sognare ricchezze e non avevano ancora capito di essere stati derubati, l’intervento sarebbe stato tutt’altro che gradito. Forse un presidente molto autorevole e risoluto sarebbe riuscito a superare le pressioni dell’ambiente Coolidge-Hoover, Ma è più facile credere che quel contesto rendesse inevitabile l’inerzia per qualsiasi presidente o quasi. Data la possibilità di scegliere tra il disastro e le misure che potevano impedirlo, troppi optarono per il disastro senza pensarci due volte, o neppure una volta sola.
D’altro canto, in un contesto diverso, un presidente forte avrebbe potuto intraprendere un’efficace azione preventiva. In Congresso in quegli anni aveva criticato con crescente asprezza le speculazioni di Wall Street e gli sporchi raggiri delle società finanziarie. Particolarmente veementi erano stati i repubblicani liberali. Ma neppure certi conservatori, come Carter Glass, risparmiavano le critiche. Questi uomini avvertivano che le cose andavano male. Un presidente come Wilson o come l’uno o l’altro dei Roosevelt (Theodore forse meno sicuramente di Franklin), che fosse stato circondato da uomini siffatti sarebbe stato sensibile a queste critiche. Come capo, avrebbe potuto nello stesso tempo dare e ricevere forza dalle critiche del momento e arrestare così la follia distruttrice appena fosse stata individuabile. In governo americano lavora molto meglio quando l’esecutivo, in mondo degli affari e la stampa sono, in maggiore o minor misura, in disaccordo. Forse è troppo ottimistico dire che sarebbe stato possibile evitare la crisi con critiche e iniziative efficaci e tempestive. A quel tempo, ci volevano molte cose per rendere gli Stati Uniti più o meno immuni da una crisi. Ma forse con un’azione preventiva sarebbe stato possibile renderla meno grave: e senza dubbio negli anni seguenti banchieri e uomini d’affari si sarebbero risparmiate tante fatiche davanti ai comitati parlamentari, ai tribunali e all’opinione pubblica. Qui è il paradosso. Visti nella prospettiva della storia, gli uomini d’affari americani non ebbero mai nemici così pericolosi come gli uomini che si strinsero intorno a Calvin Coolidge e lo appoggiarono e lo applaudirono in quella che William Allen White chiamò “la magistrale inattività per la quale egli era così splendidamente dotato”.
FINANZIA LE ATTIVITA' DELLA NOSTRA ASSOCIAZIONE CON UNA LIBERA DONAZIONE

