Mus.Amb.A. onlus

Associazione Culturale
Etica e morale in Kant e Hegel
Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 0
ScarsoOttimo 

Immanuel Kant
Uno dei principali “studiosi della morale” è stato senza dubbio Immanuel Kant. Il filosofo illuminista, oltre a rivoluzionare totalmente il metodo conoscitivo della realtà, si preoccupò anche di trovare un fondamento oggettivo alla legge morale. Questo risiederebbe nella volontà umana: è la volontà che, attraverso la ragione, fonda la legge morale. Ma come si esprime queste legge? Nella sua opera “Critica della ragion pratica”, Kant parte dal presupposto che ogni uomo agisce seguendo delle massime. Le massime sono delle “linee guida” che l’uomo deve seguire per ottenere un certo scopo. La legge morale non può fondarsi su massime, in quanto queste hanno valenza puramente soggettiva e non possono assumere rilevanza universale

Tuttavia, l’uomo non può prescindere da esse: bisogna trovare quindi qualcosa che renda le massime umane orientate in senso morale. Il seguire una legge morale implica accettare disinteressatamente delle obbligazioni oggettive: ciò vuol dire che la legge morale deve fondarsi su imperativi. L’imperativo è la forma dell’obbligazione e ha valore oggettivo perché valido per tutti. Kant distingue imperativi ipotetici e categorici: quegli ipotetici perseguono scopi particolari, soggettivi, non importanti per tutti, mentre gli imperativi categorici sono obbligazioni alle quali l’uomo deve necessariamente sottostare per perseguire uno scopo che si suppone universale. Quindi, ricapitolando, la legge morale è data dalla volontà buona che, attraverso la ragione, la esprime per mezzo di imperativi categorici. L’imperativo categorico fondamentale della legge morale è essenzialmente uno: “agisci unicamente secondo quella massima in forza della quale tu puoi volere nello stesso tempo che essa divenga una legge universale”. Ritorna quindi il concetto di massima. Tuttavia la massima della legge morale non deve avere uno scopo soggettivo, cioè valido solo per se stessi, ma che potenzialmente potrebbe essere valido per tutti. Questo concetto è espresso meglio da un altro imperativo categorico: “agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo”. Lo scopo della “massima morale” è, quindi, l’uomo, o meglio l’umanità in genere. In pratica, Kant dice che si può agire liberamente, seguendo delle proprie massime: l’unica limitazione che la legge morale pone all’agire umano è quella di non andare ad intralciare la libertà altrui. Se tutti gli esseri umani decidessero di seguire la legge morale si avrebbe il cosiddetto regno dei fini, dove ogni uomo è visto come fine ultimo della legge morale e la libertà di ognuno non è minimamente messa in discussione. Nella pratica, questa è una visione utopica, perché appare pressoché irrealizzabile un mondo dove tutti seguano la legge morale. Infatti, l’uomo può anche decidere di non seguire tale legge: questo spinge Kant a formulare il primo dei tre postulati della ragion pratica, la libertà. Si parla di postulato perché la libertà non è di fatto conoscibile, ma non si può pensare che non esista: il semplice fatto che sia possibile all’uomo scegliere se seguire o meno la legge morale implica una libertà di scelta. Kant dice anche che l’uomo tende naturalmente alla felicità. Questa, in ogni caso, non è affatto un fine della legge morale, anzi, il seguire la legge morale rende l’uomo infelice perché, formalmente, limita la libertà individuale. L’aspirazione massima della ragione umana, in senso morale, è il sommo bene: con questo termine si identifica un’utopica unione di virtù (legge morale) e felicità. E’ chiaro che quest’unione non è affatto realizzabile in vita. Da questo derivano gli altri due postulati della ragion pratica: l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio. L’anima, dopo la vita, riesce, grazie a Dio, che è essere sommamente perfetto e quindi racchiude in se virtù e felicità, ad attuare il sommo bene. Con questo Kant non dice affatto che l’esistenza di Dio può essere provata, ma dice al contempo che è moralmente necessaria. In conclusione, l’attualità del pensiero di Kant è dato dal fatto che la sua morale non è contenutistica, ma formalistica: egli non ci dice cosa fare, ma come farlo, cioè entro quali limiti poter agire per poter dire di stare agendo in senso morale.


Georg Wilhelm Friedrich Hegel
In ambito etico è impossibile prescindere dal pensiero di Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Il filosofo romantico teorizzò l’eticità come strettamente legata allo stato e, dunque, in senso fortemente politico. Nella filosofia dello spirito oggettivo Hegel analizza lo spirito calato nel mondo reale, che si realizza come libertà non più in senso individuale (spirito soggettivo) ma collettivo. In effetti, Hegel tende sempre a porre l’interesse collettivo sopra quello individuale. La triade dialettica dello spirito oggettivo è diritto astratto, moralità ed eticità. Nel diritto astratto si analizza il singolo uomo, che viene calato nel “mondo delle leggi” nel momento in cui assume identità giuridica, cioè quando entra in possesso di una proprietà. L’uomo è costretto a seguire delle leggi, senza tuttavia riuscire ad interiorizzarle perché non le sente proprie, ma come qualcosa d’imposto.

Questo lo porta spesso a commettere l’illecito, che è una negazione della legge. All’illecito deve corrispondere una giusta pena, proporzionata ad esso: per questo Hegel arriva a legittimare la pena di morte. Al diritto astratto Hegel contrappone la morale, riprendendo e criticando Kant. Se per quest’ultimo infatti seguire la morale significava agire nell’interesse collettivo, Hegel dice che in realtà la propria morale salvaguarda solo i propri interessi. E’ solo un’”astuzia della ragione” che spinge l’uomo a credere il contrario. Quindi questi, agendo secondo la propria morale, ha l’illusione di stare agendo per l’interesse di tutti e non riesce dunque ad interiorizzare le leggi esterne dello stato. Questi due aspetti, diritto astratto e moralità, vanno a confluire nell’eticità. L’eticità non riguarda più il singolo individuo ma la collettività: nella collettività, morale e diritto convivono, nel senso che la libertà individuale non è negata dalle leggi, anche se le leggi si occupano principalmente di salvaguardare l’interesse collettivo. Per spiegare meglio questo concetto, Hegel concepisce l’eticità come una triade: famiglia, società civile, stato. La famiglia non viene concepita da Hegel come gruppo sociale, ma come ente singolo, che è diventato tale grazie ai rapporti spirituali intercorrenti fra i suoi membri. E’ un ente fortemente etico, nel quale convivono amore spirituale (matrimonio), interessi puramente economici (patrimonio) ed intenti didattici (educazione dei figli). Tuttavia, la società civile non corrisponde alla famiglia, ma è anzi caratterizzata da interessi contrastanti proprio fra le molte famiglie che lo costituiscono, le quali contrappongono i propri interessi particolari a quelli collettivi. In realtà, questo rapporto così conflittuale fra enti nella società si rivela solo apparente. In società vi è il cosiddetto sistema dei bisogni che fa si che ogni ente dipenda da un altro: sono i cosiddetti rapporti economici che si vanno a formare, ad esempio, fra operaio e capitalista. L’operaio, lavorando, realizza i propri bisogni economici ma, indirettamente, produce anche qualcosa che poi servirà al capitalista. Il singolo non ha ancora piena consapevolezza di far parte di un progetto più grande. Altro importante elemento che esemplifica ulteriormente il rapporto singolo-collettività nella società civile è l’amministrazione della giustizia, che è uguale per tutti. Nella punizione del singolo è infatti implicito il concetto di diritto universale, che difende gli interessi della collettività. C’è poi il momento della polizia e delle corporazioni: infatti, la polizia si preoccupa di salvaguardare i beni individuali prima che questi vengano violati. Le corporazioni, poi, sono forse l’esempio più concreto dell’organicità della società civile: nella collettività, ad esempio, di una fabbrica, sono salvaguardati gli interessi individuali sia degli operai (che possono, per esempio, vivere in miseria) che dei capitalisti (che magari hanno bisogno di più oggetti prodotti). E’ quindi già implicito, come si è visto, nella società civile il concetto di stato: lo stato è l’organo il cui compito è appunto quello di gestire la collettività senza tuttavia ignorare gli interessi particolari. Hegel afferma che lo stato deve avere tre poteri: il potere universale (cioè quello legislativo), quello particolare (potere esecutivo, che applica le leggi universali al particolare) e potere individuale (vale a dire il potere monarchico). Hegel, che in questo modo manifesta il suo animo essenzialmente conservatore, esclude che questi tre poteri possano essere affidati a diversi organi. Infatti, anche in questo caso oggettività e soggettività devono armonizzarsi: per questo solo un sovrano (soggetto) può amministrare appieno uno stato.

Condividi su Facebook