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Storie di altri tempi
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Domenico Rendina, nato a Muro Lucano nel 1924, figlio della nostra terra e per un crudele scherzo del destino divenuto uno dei tanti esempi della brutalità espressa dall’uomo. Non è retorica se definiamo "Zi Ruminc" una vittima delle ideologie e un superstite di quel cruento conflitto, degenerato nel più grande genocidio di massa, perpetrato ai danni principalmente di un popolo, ma allargato anche a prigionieri politici e di guerra, oltre che a minoranze etniche e religiose. Zi Ruminc era un baldanzoso carabiniere, chiamato in servizio e partito per Roma dal suo paesino. Mai avrebbe immaginato, cosa la lucida pazzia di gente senza scrupoli avesse in mente per il suo futuro.

L’otto settembre del millenovecentoquarantatre il giovane carabiniere era in servizio nella capitale, quando Badoglio comunicava al mondo intero la stipula dell’armistizio tra l’Italia e i paesi alleati contro Hitler e i suoi accoliti. Il settembre del quarantatre Domenico Rendina l’ha vissuto come il mese in cui i Savoia scappavano da Roma, consci della impetuosa vendetta del Reich, che si sarebbe abbattuta su un paese ormai indifeso e lacerato dalle bombe americane. Domenico Rendina non aveva la adeguata preparazione politico-militare per preventivare le mosse dei tedeschi e seguiva pedissequamente le istruzioni impartite dai suoi superiori. Un giorno d’ottobre la nemesi arrivò, non per il re ormai rifugiatosi in Puglia, ma per i suoi fedeli sudditi, presentandosi con la divisa e con il mitra puntato. Gli occhi turgidi dalle lacrime di Domenico Rendina guardano ancor oggi quel mitra puntato, i cani che abbaiano e il soldato che con gesti eloquenti e urla dissennate intima di salire su un camion. Lo osserva Domenico e non riesce a spiegarsi quale peccato dovesse espiare per meritarsi questo trattamento. “Li giuvn non hann crert” sibilla tra un lamento e l’altro Zi Ruminc, quando racconta il momento in cui lo hanno accompagnato sul vagone di un treno preposto al trasporto degli animali. “Nun fann chju mang lu suldat”: con questa frase Zi Ruminc sottolinea la fortuna della nostra generazione, poco incline al sacrificio e inconsapevole delle angherie e umiliazioni subite dai nostri compatrioti. Episodi singolari e spiacevoli vi farà ripercorrere Zi Ruminc, nella speranza che la sua esperienza serva da lezione.

Dove si trovava l’otto settembre del 1943 e quando venne arrestato dai tedeschi?
L’otto settembre del 1943 ero a Roma, ma non fui preso subito, bensì un mese dopo. Quel giorno eravamo di servizio nella città, i tedeschi arrivarono e ci circondarono. Dopo averci trasportato con dei Camion alla stazione, ci stiparono come delle bestie su dei vagoni e ci portarono in Germania. I tedeschi ci disposero in fila indiana e, brandendo con veemenza le armi e urlando come scriteriati, ci segnalarono il vagone su cui dovevamo salire. Un nostro commilitone fu brutalmente assassinato per non aver rispettato la fila; il povero ragazzo voleva semplicemente espletare i suoi bisogni corporali.


Dove vi portarono? In un campo di concentramento. Un luogo terrificante, recintato con filo spinato e sorvegliato da delle torrette, su cui si poteva ben osservare la guardia che imbracciava una mitragliatrice. Ogni tanto qualcuno tentava di scappare, ma veniva acciuffato dalle guardie e massacrato di botte, oppure falciato dalla mitraglia. All’interno del recinto c’erano delle scarne baracche in legno in cui alloggiavano i prigionieri. Maleodoranti e ancor meno riscaldati, questi bugigattoli erano l’unico riparo dal gelido freddo che imperversava.


E’ stato sempre in quel posto? No, dopo alcuni mesi mi trasferirono in una fabbrica dove si producevano pezzi di artiglieria leggera. Noi dovevamo sfornare un tot di proiettili all’ora, altrimenti potevamo incorrere in punizioni corporali o addirittura essere giustiziati. Il prezzo della vita dipendeva da una semplice guardia. Una volta quando stavamo lavorando vicino ad una macina che triturava pietre, un prigioniero non riusciva a reggere il ritmo imposto dai carcerieri e fu gettato dagli stessi nel palmento, rimanendo triturato dalla ruota. Le urla di quell’uomo sono ancora impresse nella mia mente.


Dopo aver lasciato il campo di concentramento dove alloggiava e da quante persone era composta la vostra “squadra”?Fummo stipati in una altra baracca costruita in legno, dormivamo su tavoloni di legno e pativamo gli stenti e il freddo. Certamente a lavorare non eravamo in molti, una trentina al massimo, ma tendenzialmente la qualità della vita non era migliorata, anzi con il lavoro e i ritmi massacranti imposti, sembrava di vivere all’inferno e lavorare per il demonio.


Cosa mangiavate? Mangiare significava chiedere troppo. Noi eravamo trattati alla stessa stregua dei maiali. Il rancio consisteva in verdure come cavolfiori e rape immerse nell’acqua calda. Quando le rape erano tenere allora potevamo dichiararci fortunati, ma spesso erano intrise di spine o addirittura puzzavano; le si deglutiva ma dalla disperazione. Prima di partire per Roma pesavo 80 kili, lì ero ridotto ad uno straccio e il mio peso era di 50 kili. Tante persone non hanno sopportato questo regime di restrizioni. Una volta, in preda al panico diedi un pugno sulla zuppiera e mi tagliai la mano. I miei compagni di sventure mi consigliarono vivamente di inventarmi una immaginifica caduta, altrimenti le guardie avrebbero potuto picchiarmi con bastoni, se non proprio fucilarmi. Capitava spesso durante la notte che degli aguzzini si divertivano ad assalirci con dei bastoni e picchiarci, senza alcun motivo. Bastonate nel costato, pugni e calci e noi allibiti li guardavamo e chiedevamo il perchè. Loro con sguardi divertiti ci insultavano e picchiavano, incuranti picchiavano. Questa non era guerra, bensì pura cattiveria.


Come eravate vestiti? Eravamo vestiti con lo stesso abbigliamento indossato durante l’arresto a Roma, sotto il rivolto della giacca ci avevano cucito la matricola. Ormai quei vestiti dopo lunghi mesi di prigionia erano logori, sfilacciati, divelti e strappati. Ai piedi avevamo scarpe di legno, che procuravano lacerazioni e tagli.


Come vi difendevate dal freddo? Ci avevano fornito una copertina, ma ogni mattina la brina ci avviluppava e gli stessi cenci di cui eravamo rivestiti, erano rigidi e ricoperti da una pellicola bianca. Si moriva di freddo, oltre che di fame e fucilati, ogni occasione era buona per morire.


Anche in quella situazione tra voi prigionieri si era instaurato un rapporto di amicizia? E con i carcerieri avete tentato un approccio? Tra noi ci capivamo, vivevamo le stesse vicissitudini, pativamo gli stenti gomito a gomito. Credevamo tutti di non rivedere più la nostra terra. I nostri carcerieri non comunicavano con noi, anzi una volta per poco non mi ammazzarono. Uno di loro teneva il cronometro per vedere quanti pezzi riuscivamo a fare nel minor tempo possibile. Non soddisfatto mi minacciò con il fucile. Io tentati di spiegargli, ma lui avvicinò l’arma e la puntò su di me. Sempre più agitato gli feci presente che non potevamo lavorare oltre una certa velocità, ma sempre maggiormente irritato il soldato mi conficco nella nuca la canna del fucile e minaccio di farmi saltare la testa. Effettivamente non capivo cosa stesse dicendo, ma credo che il senso delle sue azioni fosse quello.


Una curiosità: lei come giudica politicamente Mussolini e Vittorio Emanuele? Mussolini non doveva allearsi con i tedeschi. Durante la prima guerra mondiale eravamo nemici. Mussolini voleva diventare insieme ad Hitler il padrone del mondo. Se non si fosse alleato, forse noi non avremmo subito tutte quelle umiliazioni. Il Re scappò via. Comunque il Re e Mussolini non andavano d’accordo. Prima erano due partiti e non c’era sintonia. Adesso ne sono cinquanta.


E Hitler? Hitler era “una pellaccia”, ma comunque trattava bene i suoi soldati e non gli faceva mancare niente.


Quando vi hanno liberati e chi vi ha liberati? Ci hanno liberati gli inglesi. Noi vedevamo colonne di soldati tedeschi che fuggivano verso nord e poi ci siamo resi conto che avanzavano gli americani. Ci hanno portato in un campo dove erano raccolti tutti i prigionieri sfuggiti al massacro e noi potevamo ritenerci fortunati. Eravamo a migliaia in questo campo e tutti felici di essere stati liberati. Dopo qualche mese ci hanno chiamato a raccolta e ci hanno fatto partire per l’Italia. Questa volta i vagoni erano decisamente più comodi e non avevamo bisogno di essere intimiditi per salire. Si tornava a casa.


Come passavano le giornate, protetti dagli americani? Gli americani ci trattavano benissimo. Chi voleva lavorare poteva eseguire delle mansioni. Ci davano il massimo della libertà, ma noi non eravamo abituati e, qualcuno esagerò: alcune persone riuscirono a razziare circa trenta bovini in una sola nottata. Da allora gli americani utilizzarono metodi più rigidi di controllo, ma niente a che vedere con il regime tedesco.


Ha mai rivisto i suoi compagni di prigionia? Al campo allestito dagli americani e al momento dell’imbarco per il rimpatrio, ma in seguito non ho avuto il piacere di incontrare nessuno, neanche i nostri carnefici, ma penso che se avessi visto uno solo di quegli uomini, avrei potuto anche picchiarlo sino ad ucciderlo, per tutti i tormenti continuamente inflittimi durante quei ventidue mesi.


I giovani al giorno d’oggi cosa dovrebbero apprendere dalla sua esperienza? I giovani non hanno la benché minima concezione di cosa sia successo in quegli anni. Tendenzialmente sono contro la guerra, ma adesso lo spirito del sacrificio non esiste. Noi eravamo dei ventenni mandati a fare la guerra e ci siamo ritrovati in un'altra nazione, continuamente minacciati e vessati da nostri coetanei. Abbiamo sofferto la fame e il freddo, abbiamo convissuto con la paura e talvolta con la consapevolezza di non ritornare più al nostro paese. Abbiamo visto morire ragazzi per un capriccio, siamo stati testimoni di torture avvilenti. L’annichilimento dell’essere umano consumato giorno dopo giorno da carnefici e senza alcuna motivazione. I giovani adesso non sono obbligati a fare il militare, sono attorniati da un benessere a volte offensivo per le nostre generazioni, hanno la presunzione di conoscere la vita senza mai aver fatto i conti con gli stenti e il terrore. Questi ragazzi anche se leggessero i libri, non avrebbero la più assoluta consapevolezza del male che ci è stato inferto.


Secondo lei era semplicemente una questione ideologica o c’era dell’altro? Era la guerra che portava gli esseri umani a commettere delle atrocità. L’uomo quando è in guerra si trasforma in un animale e perde la razionalità e il buon senso.


Quando siete ritornato in paese avete raccontato questa storia? Si, ma la gente era stravolta dai tanti lutti e dai patimenti subiti in quegli anni e non destava ascolto ad un reduce, che per sua stessa natura poteva considerarsi fortunato ad essere tornato e a poter raccontare le sue disavventure. Tanti figli e mariti di famiglie non hanno avuto la stessa mia opportunità e in quel periodo a loro erano rivolte le preghiere.


Dopo la guerra che mansione ha svolto? Ho fatto il carabiniere per circa due anni in Calabria, poi sono ritornato in paese e ho continuato a lavorare la terra.

Questa storia non è tratta da un romanzo e non è la solita strumentalizzazione operata artatamente da qualche fazione politica. Zi Ruminc non fa riflessioni ideologiche e non commenta politicamente le scelte de vari capi di stato e monarchi. Zi Ruminc racconta le proprie vicende con la semplicità di chi ha vissuto in un periodo difficile per l’umanità e con il rammarico per le persone che non sono riuscite a tornare. Queste sono le ultime testimonianze dirette del secondo conflitto mondiale, un bagaglio storico che non dovrebbe essere dissipato, ma conservato e custodito gelosamente e, in particolare, dovrebbe fungere da monito per le generazioni future, magari portate a dimenticare simili atrocità e a rivangare personaggi e ideologie deleterie per l’intera umanità.

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